Il ticket licenziamento è una tassa obbligatoria a carico del datore di lavoro, versata all’INPS per ogni interruzione di rapporto a tempo indeterminato. Per il 2026, il costo è fissato a 649,73 euro per ogni anno di anzianità del dipendente, fino a un massimo di 1.941,19 euro (per anzianità superiori ai 3 anni). Questo contributo serve a finanziare la NASpI: il lavoratore ha diritto a sapere che il suo licenziamento contribuisce al sistema di welfare, ma deve ricordare che l’importo non viene versato a lui direttamente, bensì alle casse dello Stato.

Cos’è e quanto costa il ticket licenziamento nel 2026
Il contributo, introdotto per disincentivare i licenziamenti e sostenere la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASpI), viene ricalcolato annualmente in base all’inflazione. L’INPS, con la Circolare n. 4 del 28 gennaio 2026, ha aggiornato il massimale NASpI a 1.584,70 euro.
Il costo per l’azienda è pari al 41% di tale massimale per ogni 12 mesi di anzianità aziendale maturata negli ultimi tre anni. Ecco gli importi aggiornati:
Costo per anno di anzianità: 649,73€ (in aumento rispetto ai 640,73€ del 2025).
Importo Massimo (3+ anni di servizio): 1.941,19€.
Rapporti inferiori all’anno: il calcolo avviene su base mensile (54,14€ per ogni mese lavorato in cui la prestazione ha superato i 15 giorni).
Questo meccanismo si applica anche ai lavoratori part-time (senza riproporzionamento) e, in misura maggiorata, ai licenziamenti collettivi. In quest’ultimo caso, il ticket sale all’82% del massimale (1.299,45€ per anno di anzianità), triplicandosi ulteriormente se non viene raggiunto un accordo sindacale sugli esuberi.
ATTENZIONE: I TUOI DOVERI E I RISCHI. Non confondere il licenziamento con le dimissioni volontarie. Se presenti le dimissioni senza una “Giusta Causa”, il datore di lavoro NON è tenuto a versare il ticket e tu PERDI il diritto alla NASpI. È tuo dovere informarti prima di agire: dimettersi per rabbia o stanchezza, senza aver formalizzato una contestazione o senza i presupposti di legge (es. mancato pagamento stipendi, molestie), ti lascia disoccupato e senza ammortizzatori sociali.
Il cambio appalto nella vigilanza privata
Nel settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, il tema del ticket di licenziamento assume una connotazione specifica legata al cambio di appalto. Spesso le guardie giurate (GPG) si trovano a passare da un istituto di vigilanza all’altro per garantire la continuità del servizio presso il committente.
La normativa prevede un’importante eccezione: Se il passaggio avviene applicando le clausole sociali a salvaguardia dei livelli occupazionali (previste dal CCNL Vigilanza Privata), il datore di lavoro uscente è esonerato dal pagamento del ticket.
Perché accade questo?
Continuità: non stai “perdendo” il lavoro nel senso classico; stai mantenendo il posto e la continuità contributiva con un nuovo soggetto.
Nessun versamento: non aspettarti che l’azienda uscente versi somme all’INPS a titolo di ticket, poiché il legislatore ha stabilito che, non essendoci vera disoccupazione involontaria (passi subito al nuovo appaltatore), non c’è necessità di finanziare la NASpI per quel specifico evento.
Altre casistiche di esonero includono la fine cantiere per il settore edile e il licenziamento di lavoratori domestici.
Costo per i licenziamenti collettivi
Anche in caso di licenziamento collettivo, il datore di lavoro è tenuto a versare il ticket licenziamento che è pari all’82% del massimale NASpI dell’anno in corso (per ogni 12 mesi di anzianità di servizio). Per il 2026 l’importo è fissato in 1299,45€ per ogni dipendente licenziato. Per i lavoratori con almeno 3 anni di anzianità di servizio, l’importo massimo è pari a 3.898,35€. Nei casi di licenziamento collettivo che non raggiungono l’accordo sindacale per quel che riguarda la consistenza dell’esubero del personale, il contributo dovuto dal datore di lavoro è moltiplicato per tre volte. In ogni caso, il contributo dev’essere sempre modulato in proporzione all’effettiva anzianità di servizio.
Domande Frequenti
Il ticket spetta in caso di scadenza del contratto a termine?
No. Se hai un contratto a tempo determinato che giunge alla sua scadenza naturale, il datore di lavoro non deve pagare il ticket di licenziamento. L’unico caso in cui il ticket è dovuto per i contratti a termine è la mancata trasformazione a tempo indeterminato alla fine di un periodo di apprendistato.
Se mi dimetto per giusta causa, l’azienda paga?
Sì. Le dimissioni per giusta causa (es. mancato pagamento retribuzioni, mobbing certificato) e le dimissioni rassegnate durante il periodo di tutela per maternità o paternità sono equiparate al licenziamento. In questi casi, l’azienda deve versare il ticket e il lavoratore ha pieno diritto alla NASpI.
I soldi del ticket vanno a me o all’INPS?
Il ticket è una tassa che l’azienda versa esclusivamente all’INPS. Non troverai questo importo nella tua busta paga o nel TFR. Serve a finanziare il “fondo comune” che permette all’INPS di erogare l’indennità di disoccupazione a te e agli altri lavoratori.
Quanto paga l’azienda se mi licenzia dopo 6 mesi?
Se il rapporto di lavoro è durato meno di un anno, il calcolo è mensile. Per 6 mesi di lavoro, l’azienda verserà circa 324,84€ (54,14€ moltiplicato per 6), a patto che in ogni mese tu abbia lavorato almeno 15 giorni.
Fonti e approfondimenti
Tutto quello che devi sapere sul licenziamento per giusta causa.
Hai mai sentito parlare di licenziamento silenzioso? Scopri cos’è e come combatterlo!



